Fedeli ma non troppo ? Voto politico e sindacalizzazione confederale. (di Patrizio Di Nicola) Dicembre 1994 Pubblicato su: Idee, n. 3, 1995 Dopo le elezioni del 27 marzo buona parte dei leaders sindacali e della sinistra hanno iniziato ad interrogarsi circa le cause dello scollamento del voto popolare e, in particolare, nel mondo del lavoro dipendente. L'inquietudine, in gran parte giustificata, nasceva da una seria considerazione: lo spostamento a destra, comune ad ampi settori della societa', era rintracciabile anche in molte zone e citta' con grandi concentrazioni operaie e persino in alcuni quartieri per lungo tempo simbolo del blu collars way of life (Mirafiori a Torino o San Lorenzo a Roma, solo per fare due esempi). Si tratta di una problematica non completamente nuova. Gli analisti sociali piu' attenti, infatti, avevano da anni messo l'accento sul rapporto, sempre piu' problematico, esistente tra i partiti della sinistra e il suo elettorato tradizionale. Vale la pena di ricordare alcune ricerche. Renato Mannheimer, indagando per conto della Fiom i comportamenti politici e i valori dei metalmeccanici lombardi, aveva sin dal 1990 individuato un'alta propensione di voto verso la Lega Nord, giustificata dai diretti interessati con un mix di protesta verso le formazioni tradizionali, di ribellione verso il centralismo amministrativo e dalla riscoperta delle identita' regionali. La fondazione Corazzin, nel 1993, aveva distribuito un ampio questionario ad oltre 800 delegati sindacali della Fim-Cisl del Veneto. Anche in quel caso, tanto piu' significativo in quanto gli intervistati erano esclusivamente soggetti impegnati sindacalmente, era emersa l'ampio (seppur tradizionale per quell'organizzazione) ventaglio di opzioni politiche espresse. Su 100 intervistati, ben 33 si dicevano molto od abbastanza vicini alle posizioni della Lega. Per contro, solo il 27% percepiva una vicinanza con la DC e, sorprendentemente, si sentiva associato al Pds un delegato su quattro. La frattura tra impegno sindacale e propensione di voto verso i partiti che, tradizionalmente, avevano costituito i referenti ideali delle organizzazioni, viene amplificata anche da avvenimenti aventi alto potere simbolico: delegati confederali che, nelle aree del nord, dichiaravano apertamente di votare per la formazione di Umberto Bossi; quelli che per la Lega facevano i rappresentanti di lista alle elezioni. Con la comparsa sulla scena di Forza Italia, all'inizio del 1994, il fenomeno si accentua: basti ricordare il tragitto di Antonio Giudi che, da funzionario di primo piano della Cgil, si schiera con la formazione di Berlusconi e, eletto parlamentare, diviene ministro. Tutto, quindi sembra indicare come l'iscrizione ad un sindacato confederale (e a volte anche la militanza) non siano piu' buoni predittori dei comportamenti politici. Si assisterebbe, in sostanza, ad un fenomeno inedito per cui mentre si conferma il consenso alle organizzazioni sindacali classiche (non dimentichiamo che Cgil, Cisl e Uil hanno, tra lavoratori e pensionati, oltre 10 milioni di iscritti e , soprattutto, che laddove si e' votato per la costituzione delle RSU quegli stessi sindacati hanno superato il 90% dei suffragi) lo si nega alle formazioni cui quelle organizzazioni sono vicine idealmente. Ci si troverebbe di fronte, insomma, ad un inedito fenomeno di fedelta' sindacale ed infedelta' politica. Ma e' davvero cosi'? Se prendiamo i "grandi numeri" e li analizziamo metodicamente, vediamo che l'assunto dell'infedelta politica non e' completamente verificato. E' noto che per tutti gli anni Settanta ed Ottanta la "curva" delle adesioni ai sindacati (e della Cgil in particolare) si e' mossa secondo geometrie molto vicine alla curva dei voti ottenuti dai partiti di sinistra alle varie consultazioni elettorali. Lo stesso andamento lo troviamo se, presi i tassi di sindacalizzazione nelle province italiane, li compariamo con i risultati del voto politico. Questo trend, almeno a livello aggregato, sembra essere rimasto valido anche negli anni piu' recenti. Dopo le elezioni dell'aprile 1992, ad esempio, la relazione esistente tra tassi di sindacalizzazione della Cgil e percentuali ottenute dal PDS e' molto alta: circa il 60% delle variazioni di voto nelle 95 province italiane possono essere, come si dice in gergo tecnico, "spiegate" con l'esistenza di alti o bassi tassi di sindacalizzazione. Questa relazione, statisticamente significativa, continua a sussistere anche alle elezioni di marzo 1994: le regioni ove la Cgil ha piu' iscritti nei settori extra-agricoli hanno votato di piu' per i progressisti. Lo stesso si puo' dire della Cisl verso le formazioni di centro, anche se la relazione, che pure esiste, ha una forza minore, ad indicare una bassa referenzialita' ideale degli iscritti a questa organizzazione. Andamenti non dissimili troviamo anche se dai dati aggregati passiamo allo studio di piccoli, ma significativi campioni di lavoratori dipendenti. Valga un esempio tratto da una ricerca che l'Ires e il Cesos hanno attualmente in corso in una provincia rossa: li' i progressisti hanno guadagnato, alle ultime elezioni, circa il 48% dei suffragi. Tra gli operai di uno specifico settore industriale tale quota sale al 64% e, tra gli iscritti alla Cgil, al 79%. I differenziali sono talmente netti che e' innegabile l'esistenza di una relazione inversa tra l'essere lavoratori dipendenti, iscritti al sindacato, e votare per le formazioni di destra. Tutto bene per il sindacato e tutto male per le destre, quindi ? Non proprio. Infatti la forza della relazione, anche nell'area rossa presa come esempio, si attenua tra un'elezione e l'altra e, soprattutto, quasi scompare tra le giovani generazioni. I lavoratori tra i diciotto ed i trenta anni, iscritti o meno al sindacato, si comportano in maniera molto diversa rispetto ai loro padri. Pur se immersi, come nel caso citato, in una forte e tradizionale sub-cultura politica, se ne lasciano permeare in maniera solo marginale. Per loro iscriversi al sindacato non e' un'atto dovuto, e, quand'anche si iscrivano, votare per le formazioni giuste non e' una naturale attitudine. Quali conclusioni trarre da quanto detto? Da una parte e' certamente da escludere che, almeno se considerati nel loro insieme, gli iscritti ai sindacati confederali siano stati determinanti nella vittoria elettorale delle destre. Il che sconsiglia di analizzare, come alcuni hanno fatto all'indomani del voto, i comportamenti politici della propria base in maniera impressionistica. Cio' detto, pero', non se ne puo' neanche concludere che gli iscritti ai sindacati siano in ottima sintonia con le forze politiche dell'opposizione. L'adesione, formale o informale, al “soggetto sindacato” non comporta piu', per vaste fasce di lavoratori (in particolare se giovani), il supporto ad alcune formazioni politiche anziche' ad altre. Si e' di fronte, a mio avviso, ad una laicizzazione del rapporto lavoratore/sindacato/partiti. Che e' stato, tra l'altro, anche fermamente ricercato dalle stesse organizzazioni di rappresentanza. Il bicchiere, in definitiva, e' mezzo pieno e mezzo vuoto. E' il realismo delle proposte e delle strategie delle forze politiche e sindacali che sortira' l'effetto di riempirlo o, viceversa, svuotarlo definitivamente.